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Psicologia dello Sport in Italia

L'incontro tra la psicologia e lo sport rappresenta nel panorama della ricerca psicologica contemporanea un evento particolarmente interessante e significativo, in quanto lo sport - a differenza di altri settori esplorati dalle scienze psicologiche - è un 'oggetto' dotato di una sua intrinseca complessità, che si offre a vari vertici di lettura, di interpretazione. Suscettibile di produrre dei 'significati' non riportabili alla semplice dimensione della prestazione tecnica (motoria e/o sportiva), fruibile sul piano dell'espressione ludica o estetica, ma anche di quella sociale e simbolica, oggettivabile in comportamenti che possono essere registrati, valutati, analizzati, 'misurati', lo sport diventa agente di aggregazione, di socialità, di educazione, perfino di riabilitazione, ma anche di forza, di abilità, di eccezionalità, di successo, di contrasto, detonatore di emozioni leggere e profonde, che il gruppo attraversa e amplifica.
Un indizio della fertilità dell'incontro tra la psicologia e lo sport è dato dal progressivo numero di articoli e saggi che sono stati pubblicati in questi anni nel mondo (dai circa 60 all'anno tra il 1959 e il 1963, a ben 3000 nel solo quadriennio 1968-1971, alle migliaia recensite annualmente dall'American Psychological Abstract). La 'psicologia dello sport' è diventata materia di insegnamento, inserita nei percorsi formativi di varie figure professionali (istruttori, scienze motorie....) ma anche nei programmi di training degli allenatori. L'esempio più noto il programma A.C.E.P., creato da Rainer Martens.
Anche in Italia la situazione appare estremamente dinamica: all'originario impulso dato da Antonelli, attraverso l'International Journal of Sport Psychology (un raro esempio di rivista in inglese, pubblicata in Italia!) ha fatto seguito negli anni '80 una forte azione di mediazione culturale da parte del C.O.N.I., attraverso la Scuola dello Sport e l'Istituto di Psicologia (animato da figure come quella di Ossicini e di Salvini), che ha diffuso all'interno delle Federazioni e delle Società Sportive una diversa attenzione ai contributi che dalla psicologia possono venire per migliorare le prestazioni degli atleti, ma anche per far rispettare i tempi di apprendimento e di crescita di chi si avvia alla pratica sportiva o per diffondere i benefici di una sana attività fisica anche a chi non pratcia l'agonismo o per formare dirigenti sportivi più consapevoli.
La 'psicologia dello sport' rappresenta oggi un laboratorio aperto di ricerca e di applicazioni con una varietà di approcci e di modelli, dal cui confronto può nel tempo svilupparsi un profilo professionale che altrove è già sufficientemente definito Secondo l'A.P.A. Division 47 (Associazione Americana di Psicologia) lo psicologo dello sport deve possedere competenze specifiche nei seguenti ambiti: allenamento delle abilità mentali, formazione degli obiettivi e profilo di prestazione, visualizzazione, migliorare la self-confidence, stati di attivazione psicofisica, strategie di controllo per l'attenzione, gestione delle emozioni, attribuzioni e auto valutazione nello sport, disturbi alimentari e interventi di gestione della salute per gli atleti, interventi sugli atleti riguardanti l'abuso di sostanze e doping, l'uso di farmaci, consulenza sul dolore, depressione e separazione negli atleti, consulenza sul sovra allenamento (overtraining) e burn out negli atleti, consulenza sportiva sull'aggressività e la violenza, infortunio sportivo e riabilitazione, passaggi di categoria, cambiamenti in carriera e preclusione nello sport, allenamento allo spirito di squadra, costruzione del gruppo, allenamento alla leadership, sviluppo morale e di personalità nello sport e sportività (fair play), sviluppo nella fiducia in sè, autostima e competenza sportiva e interventi di parent training (genitori) coinvolti nella partecipazione del settore giovanile...
Un'area professionale nella quale la psicologia veramente può "giocare" un ruolo a 360 gradi!






