Attività psicologiche nei Penitenziari

Il sistema carcerario in Italia

Il Garante dei diritti dei detenuti in Sicilia, sen. Salvo Fleres, a conclusione di una puntuale descrizione del sistema carcerario italiano fatta nel 2007, così concludeva: “La situazione della giustizia e dell’ordine pubblico nel nostro Paese rendono urgenti alcuni provvedimenti che assicurino tempestività e rigore nell’azione penale. Ciò, tuttavia, non può prevaricare il dettato costituzionale secondo il quale l’esecuzione della pena è inscindibile dalla rieducazione e dal reinserimento sociale. Uno Stato è forte quando sconfigge la devianza, dimostrando in ogni momento, anche quando condanna, di saper essere al fianco di chi ha sbagliato non per perdonarlo, né per tenere atteggiamenti solidaristici all’impronta di un pericoloso buonismo, bensì per sottrarlo alla sponda del crimine che utilizza anche gli errati o inadeguati comportamenti dello Stato per arruolare e sostenere i criminali… Penso soltanto che sia giusto garantire dignità alla pena e costruire un percorso intramurario che non riconduca in carcere il detenuto dopo un periodo più o meno breve di libertà, ma che lo riconquisti alla legalità ed al lavoro, creando così un circuito virtuoso, in assenza del quale, tra l’altro, lo Stato continuerà a spendere circa centomila euro l’anno per ogni recluso, mantenendo basso il livello complessivo di sicurezza sociale. La situazione attuale, insomma, anche se presenta qualche lieve segnale di miglioramento, rischia di alimentare un sistema che opera in funzione di se stesso, senza riuscire a ridurre la criminalità, aumentare la sicurezza e favorire il recupero ed il reinserimento sociale di chi ha sbagliato”. (www.garantedirittidetenutisicilia.it)

Al di là della verità di queste affermazioni, la realtà carceraria appare oggi ulteriormente peggiorata a causa soprattutto del sovraffollamento e dalla assenza di una azione programmata (“Piano carceri”). Dalle cifre diffuse dal D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) le condizioni della popolazione detenuta appaiono drammatiche: circa 68.000 le persone in carcere nei 206 penitenziari italiani, ben 25.000 in più rispetto alla capienza dei posti. Di essi 24.675 sono cittadini stranieri (di cui 5.299 del Marocco, 3.309 Romania, 3.155 Tunisia; 2921 Albania; 1203 Nigeria...). Le donne sono 2967, pari al 4,3 % della popolazione carceraria. Rispetto alla posizione giuridica, i detenuti con condanna definitiva sono 37.219 (di cui stranieri 12.001); gli imputati 28.941, di cui in attesa di giudizio 13.987, appellanti 7.966 e i ricorrenti 5.216.

Il personale di polizia penitenziaria assolutamente carente (stimata una carenza di 6.000 agenti); 700 educatori e 350 psicologi in tutta Italia, insufficienti per svolgere adeguatamente i compiti previsti dalle normative e dagli obiettivi della detenzione.

Sul piano della salute fisica e psichica la situazione non è meno preoccupante. Va ricordato che circa il 25 % della popolazione detenuta è tossicodipendente, il 38 % affetto da epatite C, il 6,7 % positivo al virus dell’epatite B e il 7% HIV-positivo.

Attività degli psicologi nei penitenziari

Gli psicologi hanno iniziato a lavorare professionalmente nelle carceri italiane a seguito della Legge di Riforma dell’Ordinamento Penitenziario (N. 354 del 26 luglio 1975), che all’art. 80. comma 4, prevedeva di integrare il personale della polizia penitenziaria e degli educatori con “esperti” in scienze umane (non solo psicologia, ma anche pedagogia, psichiatria, criminologia clinica). Attraverso convenzioni annuali rinnovabili molti psicologi hanno svolto negli anni un intenso e delicato lavoro, che prima occasionale, è diventato nel tempo stabile e continuativo, sviluppando progressivamente competenze ed esperienze, delle quali ha sicuramente beneficiato il sistema penitenziario nel suo insieme.

Rispetto ai compiti generali previsti inizialmente per gli “esperti”, gli psicologi hanno soprattutto operato in due direzioni: nell’osservazione dei “nuovi giunti” ( al fine di descriverne accuratamente i tratti di personalità) sia in vista dell’adattamento alla nuova condizione di reclusi che  dell’ammissione alle misure alternative e nella valutazione del “rischio suicidario”. E’ questa  una delle preoccupazioni più ricorrenti per chi è alla prima esperienza carceraria, ma anche per chi non riesce ad adattarsi dopo anni.  ed  è questa una delle richieste più dirette che viene ‘girata’ allo psicologo penitenziario, che – a detta dei colleghi – comporta un’assunzione particolare di professionalità e di responsabilità. Punta sintomatica del disagio psicologico che vive la popolazione carceraria sono il numero dei suicidi e dei tentati suicidi. Negli anni 2000-2008, su una presenza media annua di detenuti pari a 53.500  si sono registrati 957 suicidi e 13.297 tentati suicidi. Il tasso di suicidi ogni 10.000 detenuti è in media di 10,17. Se si considera che nello stesso periodo il tasso di suicidi in Italia è stato dello 0,51 ogni 10.000 abitanti, ne consegue che in carcere la frequenza è circa 21 volte superiore. Per prevenire i rischi suicidari e le forme ad essi correlate (ansie e depressioni) è necessario costruire un sistema di protezione, monitorato sul singolo individuo, con l’aiuto professionale dello psicologo e la collaborazione degli operatori di polizia penitenziaria, adeguatamente formati.

Se è abbastanza facile indicare il contributo professionale che gli psicologi hanno dato e danno alla popolazione che vive nei penitenziari italiani e ai compiti che questi istituti si prefiggono, difficile è comprendere le difficoltà e gli ostacoli che si stanno registrando da qualche anno a questa parte sul riconoscimento effettivo del ruolo professionale dello psicologo e quindi del mantenimento della sua presenza in questo contesto.

Con il passaggio della sanità penitenziaria alle ASP anche il personale psicologico avrebbe dovuto transitare ai rispettivi Servizi Sanitari Regionali. Invece pur in presenza di un decreto specifico (DPCM del 1 aprile 2008), agli psicologi ex-art. 80 non è stato riconosciuto il diritto di passare alle ASP perché a suo tempo assunti come “esperti” e non come “psicologi”! Spiegazione molto bizantina, che ha del paradossale (nel 1975 non esisteva l’albo degli psicologi, entrato in vigore con la legge 56/89) e che il  Ministero ha continuato a sostenere (vedi Circolare del 15.09.2008) ritenendo l’attività degli psicologi “esercizio della essenziale funzione rieducativa”, che non attività di diagnosi e sostegno psicologico e quindi di  “natura sanitaria”. 

Situazione carceraria in Sicilia

Nei 26 istituti di pena, presenti nel territorio siciliano, al 31 dicembre 2010 risultano ospitati 7.782 detenuti (7.597 uomini, 205 donne),  tremila in più rispetto alla capienza tollerata. Con il 151 % di indice di sovraffollamento al primo posto c’è il carcere di Piazza Armerina (terzo in ordine nazionale). La condizione di sovraffollamento,  oltre a rappresentare fonte di disagio e di pericolo per chi è recluso e per il personale che vi lavora, rende impossibile qualunque pianificazione di attività rieducative e di reinserimento sociale e ancor prima quei livelli essenziali di assistenza sanitaria, che in un contesto particolare quale il carcere, dovrebbero essere particolarmente attenzionati. Il rischio suicidarlo si mantiene alto anche in Sicilia: 8 sono stati i suicidi nel 2010 e 124 i tentati suicidi (21 i detenuti salvati in extremis dalla polizia penitenziaria)

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